L’obbiettivo […] è stato quello di creare una sorta di rete tra artisti, illustratori e in alcune edizioni anche architetti che potessero lavorare insieme e far diventare Sagron Mis una sorta di “luogo magico”.
Flavio Broch
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In un periodo storico dove gli eventi dedicati all’illustrazione e al gaphic novel sembrano spuntare come i proverbiali funghi, alcuni riescono comunque ancora a spiccare. Nel caso di Lapis Festival, giunto alla sua quinta edizione, sono due gli aspetti che ne determinano la peculiarità: da un lato c’è la posizione geografica, un piccolo centro abitato a 1066 m di altitudine, che conta 171 abitanti, incorniciato dalle pallide rocce delle Dolomiti, dall’altra l’atmosfera unica che l’evento riesce a creare, tra sagra e raffinato evento culturale. Ho fatto quattro chiacchere con Flavio Broch di Pro Loco Sagron Mis, per farci raccontare qualcosa sulla storia di questo festival, e per scoprire di più sull’edizione di quest’anno.
Partiamo con una domanda semplice, da dove nasce e cos’è Lapis Festival?
Risposta breve: volevamo un centro storico più bello per potercelo godere noi, e quello dell’illustrazione è un mondo bello brulicante con cui ci siamo trovati molto a nostro agio.
Una risposta più articolata parte anche da quella che è la nostra storia come associazione, ma anche come tessuto sociale del paese (che poi le due cose spesso si sovrappongono): una storia fatta di continue sperimentazioni, con alla base la voglia di fare qualcosa per uscire dall’ordinario, rompere gli schemi, aprirsi al mondo. Negli anni abbiamo fatto molte riflessioni sulla desertificazione del centro storico di Sagron Mis, dovuta all’invecchiamento della popolazione, allo spopolamento e a tutte le dinamiche che attanagliano i centri montani più piccoli e isolati. Prima di Lapis abbiamo portato a termine diversi progetti di riqualificazione di edifici in disuso, cercando di dare nuovi impulsi e nuova vitalità all’abitare il paese.
Lapis si inserisce in questo contesto con l’obiettivo di dare un po’ di respiro al centro storico di Sagron abbellendone anche gli angoli meno curati: le nostre attività principali sono i murales artistici ed una mostra di illustrazioni ogni anno nuova che dessero un motivo per farsi un giro tra le viuzze del paese alla ricerca di un qualcosa di bello, un qualcosa su cui soffermarsi.
Un altro obiettivo che abbiamo perseguito da subito è stato quello di creare una sorta di rete tra artisti, illustratori e in alcune edizioni anche architetti che potessero lavorare insieme e far diventare Sagron Mis una sorta di “luogo magico” in cui incontrarsi, ritrovarsi e generare qualcosa di creativo insieme alla comunità. Negli anni questo ha portato anche a portare in paese una sorta di comunità che lo abita, sia pure solo per un brevissimo periodo, vivacizzandone il centro, altrimenti spento e desolato. Il momento del festival, che all’inizio era la semplice inaugurazione della mostra, è la celebrazione di tutto quello che di nuovo abbiamo portato anche quest’anno.
Da diversi anni, a noi volontari della Pro Loco si sono aggiunti un numero sempre più ampio di artisti e illustratori, diventati in breve anche amici, che si sono affezionati al festival e al paese, ed ogni anno riversano grandi energie per rendere il festival indimenticabile.

Lapis quest’anno ha un programma bello ampio, con varie attività oltre alla tradizionale mostra collettiva, ci racconti un po’ cosa ci possiamo trovare?
Dopo diversi anni in cui gran parte dello sforzo di Lapis era incentrato sulla realizzazione di una struttura artistica in legno assieme agli architetti di Camposaz, quest’anno ci siamo sentiti un po’ orfani di quell’esperienza, e abbiamo dovuto reinventare il festival.
Ci siamo appoggiati ai nostri due pilastri: la mostra di illustrazione, con 20 illustratori coinvolti per la realizzazione di un’opera inedita a tema “Per Aspera ad Astra”, e il murales, per il quale abbiamo chiamato l’artista messicano Omar Garcìa, diventato abbastanza noto soprattutto per alcuni murales legati al mondo dei centri sociali (chi non ricorda l’enorme dipinto dell’orso al vecchio CS Bruno di Trento?).
Per rendere l’esperienza un vero e proprio festival, abbiamo cercato di coinvolgere attori di diverse discipline, chiedendo ad ognuno di portare un pezzo della propria arte: ci saranno laboratori di pittura su legno, escursioni illustrate nella natura, esperienze sensoriali, momenti di ricamo collettivo, talk artistici e storico-antropologici, un angolo dedicato alle graphic novel, un teatro delle ombre, musica dal vivo e un laboratorio di pittura su tavole da sagra, uno degli elementi più presenti e riconoscibili della vita di paese in generale. Abbiamo ampliato enormemente le collaborazioni e le contaminazioni, spesso con artisti che avevamo coinvolto nelle edizioni scorse, come nel tuo caso.
Quest’anno in più, per gli illustratori che hanno prestato la loro opera alla mostra collettiva, abbiamo organizzato un vero e proprio weekend di esperienze a Sagron Mis e nei dintorni, proprio per farli entrare nel profondo di ciò che significa per noi abitare queste terre, con la speranza che riescano a coglierne degli spunti interessanti per la loro arte.

Una cosa che mi ha colpito molto è prioprio l’atmosfera del festival. Secondo te cosa rende questo luogo speciale per un evento come il vostro?
È una domanda molto difficile, perché entrano in gioco questioni di cuore, per me che in questo paese ci sono nato e cresciuto. L’affetto che io provo per questi luoghi, queste montagne, queste persone, non mi permette di vedere la cosa da un punto di vista imparziale. Al di là della retorica quindi, posso immaginare che portare un qualcosa di nicchia in un contesto così scomodo e fuori dalle rotte più battute crei già da solo una sorta di selezione naturale su chi ci partecipa. In questi anni abbiamo avuto l’enorme soddisfazione di vedere e conoscere partecipanti da tutto il mondo, durante i workshop si sono create delle comunità che parlavano inglese tra loro per potersi capire e per evitare che si creassero dei gruppetti su base linguistica. A Sagron Mis capita di rado di vedere tratti somatici diversi da quelli scolpiti dalle nostre montagne, ma Lapis è riuscito in qualche modo a far diventare, anche questa, una cosa del tutto normale, almeno per una settimana all’anno.
Abbiamo visto illustratori fare centinaia di chilometri (quest’anno forse saranno migliaia per qualcuno) per passare a vedere cosa combiniamo, e a volte questo ci fa chiedere se davvero il nostro piccolo festival valga tutta questa trasferta. L’affetto che riceviamo ogni anno però ci fa stare tranquilli anche da questo punto di vista.

La gente del posto cosa pensa di Lapis? Come vive il periodo in cui si svolge il festival?
È un momento che dal principio è stato vissuto con sincera curiosità, ci sono state edizioni in cui i partecipanti sono riusciti ad integrarsi molto bene nella comunità, e viceversa, ed altri momenti in cui si è creata una comunità più chiusa, magari anche proprio per una barriera linguistica di base. Al di là di questo, ci dà enorme soddisfazione quando alcuni paesani ci propongono le loro pareti per ospitare dei murales, quando durante i momenti conviviali portano una torta per i partecipanti o semplicemente si fermano a fare due chiacchiere e vedere l’evoluzione dei lavori. Tante volte le opere che vengono realizzate durante i giorni del festival traggono anche spunto dai suggerimenti e dalle indicazioni da chi passa per di là, e questo è un qualcosa di preziosissimo.
Una delle paure più grandi, da quando ancora Lapis non era che un’idea, era che potesse diventare un qualcosa di calato in testa agli abitanti e che non fosse coerente con quello che il territorio e i suoi abitanti sono. Ricordo il primo anno, avevamo contattato un artista bravissimo che ci aveva proposto un murales alto due piani che raffigurava la canna di una pistola da cui usciva un fungo. Portava un messaggio profondo, di pace, condivisibile da tutti, ed era allo stesso tempo bellissimo e disturbante: avrebbe troneggiato benissimo nei muri di una periferia di una grande città, mentre a Sagron Mis non avrebbe avuto alcun senso. La parte disturbante si sarebbe presa tutto, il contesto in questo senso è sacro. Noi ci siamo sempre mossi cercando di rispettare totalmente tanto le sensibilità degli artisti quanto quelle della comunità tutta. Un lavoro di sottrazione, certo, ma che ci ha permesso di tirar fuori anche tanta essenzialità, senza rinunciare alla potenza dei messaggi che trasmettiamo.

Hai qualche aneddoto da condividere? Qualcosa di divertente che è successo negli anni?
Come dicevo prima, la parte forse più bella è rappresentata dai momenti conviviali che viviamo assieme agli artisti nostri ospiti. Il lato dei rapporti umani è importantissimi: l’anno scorso ad esempio, durante una cena in malga, è scattata l’ora del quiz a squadre. A una domanda a tema locale, le squadre dovevano prenotarsi per rispondere correndo a recuperare un fazzoletto. Uno dei partecipanti preso dalla foga agonistica ci ha rimesso un paio di costole, ma non ha detto niente per tutti i giorni successivi. È rimasto poi bloccato diversi mesi.
Un ricordo a cui sono particolarmente affezionato è invece di un ragazzo francese che si era iscritto al workshop di architettura, solo che non aveva lasciato nessun recapito e quando ad un certo punto erano tutti arrivati tranne lui, ci si chiedeva se arrivasse davvero oppure no. Qualche ora dopo arriva nel posto previsto questo furgone sgangherato da cui esce un omone che sembrava uscito da un film di Abatantuono, tutto gagliardo che dice “Bonjour!”. La cosa divertente è che per i primi 3-4 giorni del festival nessuno aveva capito quale fosse il suo vero nome, dato che si era presentato dicendo una parola che tutti credevamo fosse il suo nome. Ad oggi non ricordo né il suo nome vero né quello “inventato”, ma tant’è, lui non sembrava preoccuparsene. Ci ha raccontato poi che era partito da Parigi ed era arrivato a Sagron Mis solo attraverso strade secondarie, impiegandoci un tempo infinito.
Ce ne sarebbero altri più hardcore ma forse è meglio rimangano confinati dove sono.
Sito web del festival: lapisfestival.art
Instragram: @lapisfestival
L’illustrazione del manifesto di Lapis 2026 è di Lorenzo Miola