“Vogliamo favorire la produzione di opere personali, far nascere nuovi lettori e nuovi appassionati e, come conseguenza dell’aver creato un nuovo mercato, far nascere nuovi autori che facciano nuove cose originali da leggere/vedere/fruire/scoprire.”
INK
31/03/2026
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Il panorama dei festival delle autoproduzioni del fumetto, dell’illustrazione e dell’editoria in Italia si arricchisce di un nuovo evento, è INK Festival. All’interno delle Logge del Grano di Arezzo, l’ottocentesco Mercato Coperto oggi adibito a spazio universitario, torneranno banchetti, avventori e venditori, non più di generi alimentari ma dispensatori di immagini e immaginari. Petrarca non si struggerebbe per Laura e il Vasari, esperto risographaro, non avrebbe avuto crisi mistiche con INK Festival sotto casa. Ma la storia va come deve andare, per fortuna nostra oggi possiamo godere ad Arezzo della presenza di 40 nomi della produzione indie italiana di tutto rispetto, basti citare i laboratori torinesi Zanna Dura e Spazio Muffa, il milanese Suppergiù Magazine, Sputnik Press, Profondisima Press, Mecenate Povero, MalEdizioni, Lök Zine, il Collettivo Viscosa o Anna Dietzel. Due giornate che si profilano dense di appuntamenti e sorprese visive.
Chi c’è dietro INK Festival, chi lo organizza?
Ink nasce dall’incontro casuale tra due professionisti dell’arte e della comunicazione, Francesco Camporeale e Marco Talladira. Le esperienze e le competenze di Francesco nel mondo dell’autoproduzione hanno subito acceso l’interesse di Marco, attivo nell’organizzazione e nella cura di eventi. Da questa sinergia è emersa la volontà di creare ad Arezzo uno spazio capace di accogliere artisti e collettivi. L’incontro con la Fondazione Arezzo in Tour, alla quale il progetto è stato presentato, si è rivelato determinante: la Fondazione ha subito sposato l’idea del festival, attivandosi concretamente per sostenere lo sviluppo e contribuire alla sua realizzazione, rafforzando così il legame tra arte, artigianato e turismo in una visione “fuori fiera”.
Domanda di rito, com’è nato INK?
INK nasce da un desiderio semplice: lo stupore. Il desiderio di scoprire opere editoriali e progetti nuovi, diversi, strani, autentici, con una bella spinta autoriale, onesta. Perché questo sia possibile però servono condizioni concrete: artisti che possano produrre e vivere di quello che fanno. Significa che devono avere spazi in cui vendere (reali e digitali) e pubblico interessato. INK nasce qui: vogliamo favorire l’incontro diretto tra opere e pubblico. Per noi il cuore dell’autoproduzione è questo: libertà creativa e totale controllo sull’opera; assenza di intermediari tra opera e pubblico.
La scena indie italiana è densa di autori e realtà laboratoriali ed editoriali, ciononostante, rispetto al fumetto mainstream, è più di nicchia. Perché puntare oggi sull’organizzazione di questo tipo di evento?
Alla fine si tratta solo di visibilità e apertura. Non siamo particolarmente interessati a categorie come “indie”, “mainstream” o “nicchia”, piuttosto ci interessa sviluppare un settore. Vogliamo favorire la produzione di opere personali, far nascere nuovi lettori e nuovi appassionati e, come conseguenza dell’aver creato un nuovo mercato, far nascere nuovi autori che facciano nuove cose originali da leggere/vedere/fruire/scoprire. Nel nostro territorio c’è una quantità abnorme di persone che disegnano, scrivono, producono cose di qualità. Iniziamo a dargli spazio e risorse, e a trovare soluzioni nuove per fornirgliele.
Cosa caratterizza INK rispetto ad altri eventi analoghi?
Favoriamo l’incontro tra realtà indipendenti e il pubblico generalista, inteso come pubblico che ancora non conosce o non ha accesso a queste realtà legate all’autoproduzione (del resto siamo tutti stati parte di quel pubblico e si spera di tornare a esserlo per poi riscoprire nuove forme di autoproduzione in un ciclo di ricerca e scoperta che è molto divertente). Noi diamo lo spazio, gli artisti e il pubblico faranno il resto. Vogliamo essere accessibili soprattutto a chi ancora deve scoprire questo mondo meraviglioso. Ci interessano varietà di linguaggi, di approcci, di estetiche… la scoperta, lo stupore. Quel pizzicorio in testa di quando trovi qualcosa di nuovo che ti colpisce.
Arezzo non è nuova ad iniziative simili, penso al festival Crick!, con un’impronta più militante o alle attività culturali della CasermArcheologica. Il vostro evento come si colloca in questo contesto?
Noi cerchiamo di inserirci con questa proposta specifica: focus sull’autoproduzione con l’obiettivo di aprire al pubblico più ampio possibile. Ci interessa contribuire a creare qualcosa di organico.

Tra i partecipanti di questa prima edizione ci sono nomi dell’autoproduzione e della micro-editoria italiana molto interessanti. Com’è stata fatta la scelta?
Per questa prima edizione avevamo a disposizione 40 postazioni, quindi abbiamo dovuto fare una selezione. Ci siamo confrontati tra noi e con altre realtà e abbiamo scelto autori e progetti che ritenevamo adatti a una prima edizione ad Arezzo. Alcuni li conoscevamo già e li seguivamo da tempo e altri sono stati scoperte recenti (del resto lo scopo è proprio questo ah ah). Il criterio di scelta è stato un mix tra varietà, ricerca e visione personale. Vogliamo offrire un’ampia panoramica ma anche rischiare un pochetto.
Due giornate e quaranta ospiti, un evento del genere ha anche dei costi. Come vi finanziate?
Per questa prima edizione il festival è sostenuto grazie al supporto di istituzioni pubbliche, che ringraziamo. In futuro costruiremo un modello sostenibile, mantenendo al centro gli artisti e la qualità dell’esperienza. Fondamentale sarà il dialogo continuo con gli espositori, solo così possiamo trovare nuove soluzioni e migliorare.
INK non si pone come un semplice market ma come un momento di condivisione, di approfondimento e apertura al pubblico. Cosa succederà durante l’evento?
INK è una mostra-mercato e ci saranno anche talk, interviste, momenti di confronto e musical dal vivo. Abbiamo anche un paio di sorprese in mente. Vogliamo che sia un luogo vivo, in cui fermarsi, parlare, relazionarsi, scoprire.

Una delle caratteristiche principali dell’autoproduzione è il fatto che non ci sia controllo sui contenuti e sulla forma, è l’autore stesso che decide fino a dove spingersi. Questo produce spesso creazioni ruvide, emotivamente cariche o provocatorie. E’ pronta Arezzo per quest’ondata anticonformista?
Arezzo è una città. Le città sono fatte di persone. Le persone sono diverse fra loro, hanno esigenze e passioni diverse. Noi creiamo un luogo dove le persone possono scoprire visioni nuove e originali, poi sceglieranno autonomamente cosa gli interessa. Arezzo è una città di persone curiose e siamo convinti che avremo un bel riscontro.
La carta e l’inchiostro hanno una storia millenaria ma gli strumenti e i formati digitali sembrano rappresentare, nella narrazione corrente, un futuro inevitabile e sostitutivo. I supporti fisici e soprattutto la manualità artistica e artigianale in questo momento acquistano un valore di resistenza. Si sente la necessità di far emergere l’umanità e l’individualità fuori dal linguaggio omologante e pilotato da regole di profitto rappresentato dal magma tecnologico che preme. Credete che questa sensibilità sia diffusa o che l’ambito dell’autoproduzione rimarrà comunque interesse di una ristretta e definita parte di pubblico?
Non crediamo che ci sia una contrapposizione digitale/reale. Piuttosto cerchiamo di trovare un dialogo tra queste due dimensioni. Questa intervista dopo tutto è stata scritta su un documento di testo e iniviata tramite un servizio email, entrambi usiamo i social per promuoverci e così via. Sicuramente crediamo nell’incontro reale, nella materia e negli oggetti, non tanto come forma di resistenza ideologica, ma come modo che preferiamo e in cui ci piace operare. L’importante è che gli artisti abbiano spazio e possano produrre, sostenersi e proliferare.
Durante l’anno l’evento si esprimerà con altre iniziative, esiste un rapporto sinergico con altre realtà sul territorio?
Si, vogliamo costruire qualcosa che vada anche oltre il festival. Abbiamo degli obiettivi nostri e li stiamo portando avanti, con l’apertura al cambiamento e al dialogo. Inoltre il rapporto con il territorio è per noi fondamentale.
Qual’è la cosa più bella che sta accadendo?
Si stanno avvicinando le date dell’evento eh eh!