“Ci interessa più il contatto con il lettore, il poter guardare negli occhi ed effettivamente dare il tuo prodotto […] È importante che tu le persone non solo le fidelizzi, ma le veda no? e che non siano solo dei numerini sul social.“
Armin Barducci
Forse non è un caso che il primo articolo che curo qui su Splendido sia un intervista con Armin Barducci, la mente dietro ad Unterins e la rivista Meandro. Conosco Armin da parecchio tempo, con lui fondammo ormai 22 anni fa la rivista autoprodotta Monipodio! che portammo avanti, assieme ad altri, per circa 5 anni. In un periodo dove tanti nodi vengono, o meglio tornano al pettine, è forse anche il modo migliore per me per esordire qui.
Armin è una persona che potremmo definire poliedrica, quasi multiforme, un turbine di idee e progetti. Oltre ad essere un prolifico autore e disegnatore di fumetti, pubblicati da diverse case editrici (Eris in primis, ma anche Tunué e Baya Comics), che vanta collaborazioni con sceneggiatori come Giorgio Salati e Davide la Rosa, è anche una delle grandi forze motrici dell’autoproduzione fumettistica italiana.
Nota editoriale: l’intervista è stata fatta “dal vivo”, mediante videochiamata, e successivamente trascritta.

Due Settimane fa hai fatto uscire il terzo numero di Meandro, in anteprima al Nuvolette Festival di Rovereto. In un panorama di fumetto indipendente in cui di certo non mancano le proposte, sei riuscito a trovare una formula decisamente particolare e forse poco esplorata. Raccontaci un attimo qual’è l’idea di fondo di questo progetto.
Meandro è una rivista delle cose perdute, cioè io la chiamo così. È concettualmente molto semplice, ma dobbiamo fare qualche passo indietro e tornare all’agosto dell’anno scorso. C’è stato un particolare momento della mia esistenza in cui io ho stranamente perso dei lavori. Sapevo che per un anno scolastico avevo meno corsi, questo voleva dire anche meno introiti, ma anche più tempo per fare e per potermi dedicare all’editoria. In un’ottica di un mondo che sta andando verso l’intelligenza artificiale in ogni dove, cioè che tra un po’ anche il mio comodino ce l’ha, ho voluto tornare a fare le cose in maniera analogica.
Mi era venuta voglia di fare una rivistaccia fotocopiata in bianco e nero, con i bianchi-neri sparati tipo fanzine anni 90. Siccome io in tutto questo progetto ho un paio di partner occulti, che sono Davide La Rosa e Marco Petrucci (nonché Testi Manifesti) e non poteva uscire fuori una cosa così grezza, si è pensato di fare una specie di rivista contenitore delle cose perdute nei cassetti: illustrazioni, disegni, fotografie, scritti, etc.
Ho coinvolto persone insospettabili, come per esempio mio padre, ho fatto disegnare anche mia figlia e ho coinvolto il mio giro di amici creativi, espandendo di numero in numero ad altre persone. Chiedo se hanno delle cose perdute che stanno nei meandri dei loro archivi. In tutta onestà, se dovessi fare una rivista contenitore vorrei anche pagare le persone, ma non c’è un budget. Quindi è come se fossero piccole donazioni di cose già esistenti e che vengono raccolte ogni sei mesi in questa rivista di 60 pagine formato A5. Questo è un progetto quinquennale, abbiamo appena concluso il primo anno. Esisteranno dieci numeri e si continuerà di sei mesi in sei mesi a pubblicare un numero.

Meandro è una delle proposte della tua piccola etichetta Unterins. Di cosa si tratta, come è nata e forse prima di tutto: cosa vuol dire il nome?
Unterins, che letteralmente in dialetto tedesco (sudtirolese) vuol dire “tra di noi” è un’ etichetta di microeditoria e di autoproduzione, capitanata da me. Nasce perché la conseguenza di una conseguenza è una conseguenza. Nel momento in cui era finita l’esperienza con il progetto Monipodio!, avevo ancora voglia di andare avanti e autoprodurmi le mie cose.
Avevo ideato una sottoetichetta, che poi era diventata un piccola realtà di autoproduzione, che si chiamava Underkraut. Il nome giocava con “Kraut” e “Underground”. Da lì a un certo punto mi sono sentito molto solo, volevo avere più gente attorno a me. Mollai questa realtà e creai un’altra piccola realtà, che si chiamava Infusi con altra gente di Bolzano. Dovevamo fungere un po’ da collettivo ma era fondamentalmente troppo una mia idea, quella di far connettere persone che non si conoscevano.
Dopo un po’ terminò anche questo progetto e da lì ho preso la decisione di tornare a fare le cose da me. Ed eccomi qua. Unterins produce fumetti di piccolo e medio formato e produce Meandro. Infine, quello che di solito non riesco a piazzare nell’ambito dell’editoria italiana, me lo autopubblico.
Passiamo un attimo dall’autoproduzione all’autodistribuzione. Quando si gestische una microetichetta come Unterins, uno dei principali canali per far incontrare alle proprie produzioni un pubblico di lettrici e lettori sono i mercatini e i festival. Qual’è la tua esperienza in questo ambito?
Meandro mi ha fatto tornare ad avere più contatti con le persone. È anche una specie di veicolo che riunisce le persone e le fa incontrare, crea nuove sinergie e nuove possibilità di partecipazione ai vari festival.
Adesso abbiamo un panorama veramente ricco di eventi, quasi all’eccesso. Ho fatto un ragionamento recentemente, esistono veramente tantissimi micro festival e uno dice: “cavoli, questi micro festival sì accavallano uno all’altro!” Però non sono grandi eventi, cioè alla fine sono festival circoscritti, e circoscritta è anche la zona dove stanno.
Sono dei festival dedicati al territorio e anche se si sovrappongono fa lo stesso, perché sono territori diversi, territori lontani. Quindi questo porta a poter partecipare sul tuo stesso territorio e su quelli limitrofi, che sono anche più convenienti. Non ti devi fare un sacco di trasferte verso posti lontani, che comunque tutto da Bolzano è lontanissimo!
A livello locale anche a Bolzano sì ci sono un paio di realtà che si occupano di fumetto e di cultura popolare, ma di microeventi no.
Stiamo lavorando per creare qualcosa in questo senso sul territorio bolzanino. Si parla magari anche di creare un market, con dei piccoli eventi legati alle varie pubblicazioni e alle realtà territoriali. Perché alla fine dei conti se uno aspetta che qualcuno lo faccia per conto tuo, allora aspetta e spera!
Le vendite di Unterins e la distribuzione funzionano così: lo chiamo “fumetto chilometro zero” cioè vuol dire che a noi il social ci interessa fino a un certo punto, ci interessa più il contatto con il lettore, il poter guardare negli occhi ed effettivamente dare il tuo prodotto. Funziona così anche per le case editrici in generale. Letteralmente ci sono alcune che campano di 1-2 eventi grossi durante l’anno e sono eventi di vendita diretta.
È importante che tu le persone non solo le fidelizzi, ma le veda no? e che non siano solo dei numerini sul social.

Mi vorrei ricollegare un attimo al discorso sui festival, il panorama del fumetto in generale si è evoluto tantissimo negli ultimi 10-15 anni. C’è stato un proliferare di collettivi, progetti e associazioni e anche l’underground è cambiato. Tu che sei attivo praticamente dagli anni 90, come descriveresti l’attuale panorama, con i suoi collettivi, le fanzine e le autoproduzioni. Cosa è cambiato negli anni? Cosa è rimasto uguale?
Bella domanda, ma è bella anche la collocazione… 10-15 anni, facciamo 15. Noi abbiamo visto la nascita e il momento più alto e ora vediamo anche un po’ la discesa delle graphic novel. Dell’idea di romanzo grafico in Italia, che ha allevato non so quante persone.
Ora sta un po’ mutando tutto secondo me. Una volta le autoproduzioni cercavano di fare dei prodotti liberi, ma comunque vicini alla collocazione da libreria e più simili ai prodotti delle case editrici più grandi.
Adesso non c’è più l’idea di entrare nelle grandi case editrici, ma di riuscire ad arrangiarsi con dei prodotti editoriali che sembrino fondamentalmente dei prodotti fatti e finiti da editori più grandi. Questa è stata un po’ una deformazione. Se uno parte dall’underground e poi fa un prodotto editoriale va un po’ a cozzare questa cosa qui. L’underground si è sgrezzato tantissimo in questi 15 anni. È diventato tutto molto più professionale.
Ora che la graphic novel è un po’ calante, l’underground stesso torna. Torna in maniera un po’ più selvaggia. Da un lato hai quelli rimasti legati a un certo tipo di linguaggio più grezzo, più libero, più provocante e contemporaneamente sono spuntate tutte queste cose di manifattura… pezzi unici, stampe uniche, più cose da collezionismo. Nel senso che tu dici: “io ho questa stampa in casa, la incornicio perché è una stampa che ha solo tanti numeri e non è neanche perfetta. È quella la sua bellezza”.
Adesso effettivamente c’è questo grande miscuglio di varie realtà e i festival stessi non sanno più come nominare i propri spazi. Che cos’è? Una self area, un artist alley oppure un market?

In effetti ci sono diversi autori e collettivi, che come te non sono mai usciti dall’Underground. Non è che l’Underground sia mai scomparso, magari è diventato un po’ meno visibile per un periodo, ma c’è stata continuità, anche un’evoluzione, se vogliamo.
Infatti, qui potremo parlare di due tuoi progetti che, trovo, siano molto vicini all’Underground. Uno è Niki Nichilista, l’altro è Omino Nonnulla. Da qualche parte mi sembra di aver visto anche un Roman Leitmotiv, può essere?
Ah, sì. Era ricomparso a un certo punto. Sono ricomparsi tutti i miei alter ego, che collaborano tra di loro, ma andiamo con ordine.
Uno dei miei aspetti più legati all’Underground è avere pseudonimi.
È una questione di necessità, perché sono un autore molto curioso, che però ha un suo stile ben preciso quando disegna come Armin Barducci. Nel tempo sono nati altri stili, ma a un certo punto ho dovuto scindere un po’ gli approcci e ho creato degli alter ego che lavorano in autonomia, slegati dal mio nome.
Perché le persone che ti seguono si confondono, non hoi idea, Hannes, quante volte nella mia vita mi hanno detto: “aaaaah, ma hai cambiato di nuovo stile?”. In realtà no, ho solo provato delle cose nuove. È uno dei migliori modi per uscire fuori dai tuoi schemi per poter evolvere e continuare a imparare e migliorare nel tuo stile di disegno principale.
Il progetto Niki Nikilista è nato perché avevo tempo, ed è per me sempre una cosa molto pericolosa avere tempo (ride). Perché, ho un difetto, che è un pregio enorme, un po’ come il supereroe, no? Io non mi annoio, non mi annoio mai!
Quando non ho nulla da fare, la mia testa parte e collega, progetta.
Era Natale, o dopo Natale, ero arrabbiato con le intelligenze artificiali e ho detto: “ma se io facessi un progetto di ritorsione alle intelligenze artificiali? Tu intelligenza artificiale prendi da tutti, io allora prendo da te e umanizzo!” Il concetto è questo, l’esproprio generativo di Niki Nichilista è un po’ questa cosa qui.
A livello pratico è un profilo Instagram che pubblica dal 1 gennaio al 30 di giugno, una vignetta al giorno in bianco e nero, con la stessa impostazione, e una definizione di Dio, tipo “Dio è in un cassetto buio”.
Ho utilizzato due alter ego miei: uno è Roman Leitmotiv, che è quello che scrive, e l’altro è Comodino Scomodo, che è quello che pasticcia, lo chiamo così. Questi due alter ego fanno questa operazione: dare un suggerimento a un’intelligenza artificiale: “fammi 300 frasi con Dio”. Io poi me le setaccio tutte quante, butto via la metà e l’altra metà la modifico a livello umano.
Unterins (Instagram): https://www.instagram.com/unterinscomic/
L’esproprio generativo di Niki Nichilista: https://www.instagram.com/niki.nichilista/