“Fare un festival di illustrazione oggi significa affermare che uno spazio di pensiero collettivo vale la pena di essere costruito anche quando sarebbe più comodo non farlo.”
Dalia Macii
09/06/2026
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Nuvolette giunge alla sua ottava edizione. L’evento si è da sempre distinto per una proposta ricca e sfaccettata, che si muove tra performance, mostre, laboratori, musica e presentazioni. Dalla sua nascita, il festival è cresciuto costantemente. L’illustrazione e il fumetto rimangono il fulcro di un programma che, negli anni, ha ospitato artisti di rilievo come Elena Mistrello, Gianluca Sturman, Maicol & Mirco, Camilla Falsini, Enrico Pantani e Irene Penazzi. Partner storico dell’evento è Becoming X, collettivo di musica e disegno dal vivo.
Quest’anno Nuvolette si presenta, per la prima volta, con la veste ufficiale di Festival dell’illustrazione. Ma dietro questa nuova ed essenziale definizione, quali sono le reali novità e le proposte di questa edizione? Dalia Macii cura e gestisce l’aspetto progettuale e creativo degli eventi di Superflùo, con lei parliamo della nuova edizione di questo festival.

Ciao Dalia! Quest’anno Nuvolette si definisce per la prima volta, in modo chiaro ed essenziale, come ‘Festival dell’illustrazione’. Dietro questa nuova dicitura, cosa c’è di inedito e quali sono le proposte principali di questa ottava edizione?
Abbiamo adottato la dicitura “Festival dell’illustrazione” perché Nuvolette quest’anno cambia forma: più percorsi espositivi e installativi, spazi diversi, una presenza in città che dura più a lungo. C’è anche una ragione pratica: dopo sette edizioni, in tanti ancora non sapevano bene cosa fosse Nuvolette. La dicitura aiuta a orientarsi subito. Festival è una parola abusata, lo sappiamo, ma fa passare subito l’idea di qualcosa di articolato, da vivere con intensità per più giorni. Ed è esattamente quello che volevamo.
Ogni edizione si presenta con un tema diverso, quest’anno il titolo è FUORI! Qual’è il significato di quest’esclamazione?
Quest’anno abbiamo scelto un tema che sentiamo urgente: il confine. Da qui il titolo FUORI! In questo momento storico viene da chiedersi chi definisce i confini. Che siano territoriali, politici o corporei, è una domanda che appartiene al presente, un presente in cui qualcuno resta fuori, escluso, ai margini, mentre qualcun altro non può uscire dalla propria situazione, dai limiti del proprio corpo, o dal proprio paese.
Un momento in cui la linea tra interno ed esterno, tra pubblico e privato, tra intimità e visibilità si fa sempre più sottile. L’illustrazione ha gli strumenti per rendere visibili queste frontiere, per chiedersi chi le traccia e perché. Ed è quello che abbiamo chiesto agli artisti e alle artiste di quest’anno.
Chi sono gli ospiti di questa edizione e come dialogheranno con gli spazi del festival?
Abbiamo artisti ed artiste che con grande disponibilità hanno accolto la nostra richiesta. Per la prima volta abbiamo una presenza internazionale, Nishant Choski, raffinato e arguto illustratore britannico che, grazie alla curatela di Roberta Pagani, abbiamo in qualche modo fatto dialogare con Martina Sarritzu, brillante esponente del fumetto contemporaneo italiano; così come la pluripremiata Anna Dietzel, a cui abbiamo chiesto di occupare uno spazio all’interno del Mitag, il museo della guerra di Rovereto (quale spazio migliore per il suo graphic novel “Qui io non conto”); o come l’artista Laurina Paperina, che con la sua visione e quella che è oramai una sua cifra occuperà uno spazio di grande passaggio e valore simbolico: il nuovo collegamento sotterraneo tra la città e la stazione ferroviaria.
Ogni anno ci teniamo a far dialogare l’illustrazione con spazi che di solito non la considerano. L’anno scorso il murales alla campana dei caduti, quest’anno la piscina comunale, spazio difficile e allo stesso tempo molto affascinante, che in qualche modo abbiamo cercato di caratterizzare grazie al lavoro di Francesco Montesanti, già stato tra gli autori di Nuvolette in altre edizioni. Un merito particolare poi a chi con me si era immaginato Nuvolette sin dall’inizio, ovvero Daniele Pampanelli, direttore creativo, che è stato tra le prime persone con cui iniziai a parlare – sapendo la nascita del collettivo Becoming X – di cui lui è forte animatore. Daniele, con il suo sguardo che va dal cinema alla fotografia alla grafica, quest’anno per la prima volta avrà uno spazio a lui dedicato, in Via Roma.

Mostre, ma anche performance, laboratori, presentazioni e musica live. Come riescono a coesistere tutte queste anime all’interno del programma e qual è il valore aggiunto di questa contaminazione?
Ogni formato risponde a una domanda diversa che il tema può porre: una mostra ti fa fermare davanti a un’immagine, un’installazione si può guardare ma anche toccare, una performance ti coinvolge in uno spazio, un laboratorio ti fa usare le mani. La musica apre altre dimensioni e dialoga con l’illustrazione. FUORI! è un tema che riguarda il corpo, i margini, la presenza fisica: per questo, aveva senso che il programma fosse altrettanto corporeo, da guardare, ma anche da attraversare, da vivere. La contaminazione per noi è un valore in sé: ma, in questo caso, era necessaria: certi temi non stanno dentro un solo linguaggio.
Dietro ad un festival c’è una macchina organizzativa complessa. Cosa significa oggi, concretamente, curare e dare vita a un evento di questa portata?
Innanzitutto, c’è un significato politico. Organizzare Nuvolette non è un atto neutro. È una scelta, quella di dedicare energie, tempo e risorse a un linguaggio che ancora fatica a essere preso sul serio, in un momento in cui la cultura che non produce numeri grandi viene facilmente messa da parte. Fare un festival di illustrazione oggi significa affermare che uno spazio di pensiero collettivo vale la pena di essere costruito anche quando sarebbe più comodo non farlo. Non lo dico come rivendicazione, ma perché credo che la cultura consapevole sia un segno tangibile di presenza nel mondo.
Poi, a livello pratico, significa tenere insieme cose che non vogliono stare insieme. La visione artistica da un lato, la logistica dall’altro, e in mezzo tutto il resto: i permessi, gli allestimenti, i rapporti con gli spazi, le comunicazioni, i tempi che slittano e le soluzioni che si trovano all’ultimo.
La macchina organizzativa parte da lontano. Un’edizione non è ancora finita che già qualcosa inizia a muoversi: un’intuizione, una domanda, un’immagine che torna. Il tema nasce così, prima ancora di avere un nome. Si parte condividendo intenzioni e ambizioni. Si tenta di capire cosa è davvero realizzabile. Poi si cercano le persone giuste: ospiti e artisti che stiano dentro i confini che hai tracciato, ma che siano capaci di allargarli dall’interno. Non esiste pilota automatico, ogni edizione si costruisce da capo. E poi c’è il momento in cui tutto inizia e la gente arriva. Lì si capisce se ne valeva la pena. Di solito sì.

Superflùo è una realtà che, oltre a Nuvolette, organizza svariati eventi. Che cosa accomuna e cosa distingue questa manifestazione dalle altre?
Quello che accomuna tutto ciò che facciamo è una domanda che ci poniamo ogni volta: questo ha senso? Ogni nostro progetto nasce dalla volontà di creare uno spazio di stimolo, di nutrimento e di riflessione per la comunità, capaci di rappresentare l’urgenza di un bisogno.
Quello che li distingue è il modo in cui ci arriviamo. Come dicevo prima, Superflùo ama le contaminazioni, lavora mescolando ambiti, linguaggi, possibilità; mette in dialogo mondi che di solito non si parlano; trova connessioni dove non sembrano esserci. Non c’è un formato fisso, non c’è una formula che si ripete. C’è un metodo: partire da un’idea forte e cercare il linguaggio giusto per farla vivere.
Nuvolette è un po’ la sintesi di questo pensiero: l’illustrazione è un linguaggio che attraversa mondi diversi, come l’arte, il design, l’editoria, la cultura visiva contemporanea, e un festival dedicato non poteva che riflettere questa natura.
Rovereto, casa di Depero, del Museo d’Arte moderna Mart, luogo di fugace passaggio mozartiano e sede di storici festival come Oriente Occidente, è una città con una forte e riconosciuta vocazione culturale. In che modo il festival si inserisce in questo tessuto di divulgazione artistica?
Come dici tu, Rovereto ha una vocazione culturale solida, riconosciuta, per certi versi invidiabile.
Potremmo rispondere dicendo che Nuvolette si infila negli spazi che non ti aspetti. Muri vuoti, vetrate, cortili, quest’anno un sottopasso e la piscina, luoghi che la città usa ogni giorno senza pensarli come spazi culturali. Non è una scelta di ripiego, ma una visione: l’illustrazione funziona ovunque ci sia uno sguardo, e certi spazi insoliti la esaltano in un modo in cui una galleria non riuscirebbe a fare.
Rovereto ha ancora formati da inventare, contaminazioni da scoprire, angoli che aspettano di essere visti diversamente. Per un festival come Nuvolette, che lavora su immagini, e quest’anno sui confini, è il terreno giusto.
A chi si rivolge principalmente Nuvolette? Durante l’organizzazione pensate ad un target specifico o l’obiettivo è intercettare un pubblico trasversale, dai professionisti del settore ai semplici curiosi, dai giovani ad un pubblico più maturo?
Non partiamo dal target. Partiamo dal linguaggio, l’illustrazione ha questa caratteristica rara, di parlare a molti senza per forza essere semplice.La volontà è quella di arrivare a pubblici diversi, per età, formazione, familiarità con il settore. Ma non a qualsiasi costo. Non snaturiamo il festival per renderlo più accessibile, non abbassiamo il livello per allargare la platea. Gli illustratori e le illustratrici che coinvolgiamo hanno una ricerca, una voce, una complessità, e tutto questo resta. Un professionista e un curioso possono stare davanti alla stessa opera e portarsi via cose completamente diverse, entrambe valide.

Siamo arrivati all’ottava edizione. Se guardi indietro alla primissima volta, quali sono le differenze più radicali tra quel debutto e il festival di oggi?
C’è qualcosa che ricordi con più sentimento, che ti ha fatto dire “questo è quello che volevo!”?
Sono tante le cose di cui sono soddisfatta, così come sono tante le cose che ancora vorrei far crescere e migliorare. Il tema dell’incertezza delle risorse spesso è un limite, che dai ragionamenti in grande ci riporta e ci limita alla realtà.
Comunque credo sia necessario andare ad occupare sempre più spazi nella città, cercando ancora di uscire da quello che è l’ordinario, o meglio di uscire da quegli spazi già immaginati con uno scopo artistico/culturale. Credo che mescolare, e contaminare, sia e debba essere sempre una sfida da cogliere.
I festival cambiano, ma cambiano anche le persone che li organizzano. In questi anni di Nuvolette, come sei cambiata e cosa ti ha insegnato questa avventura?
Una cosa che ho imparato, e continuo a imparare, è che non bisogna aver paura di cambiare. I progetti culturali nascono in un momento preciso, si relazionano con il presente, con le possibilità e anche con i limiti. Nuvolette è nato con l’ambizione di essere un festival di quattro giorni. Ma col tempo ci siamo rese conto che in un territorio così ricco di eventi forse è più utile pensare all’evento come a una fine e a un inizio allo stesso tempo, qualcosa che lascia aperta una porta. Lo mostrano bene certe collaborazioni a cui teniamo molto, come il percorso fatto con gli studenti di graphic design dell’Accademia LABA di Brescia. Il festival diventa un punto di arrivo per un lavoro che è iniziato mesi prima, e un punto di partenza per quello che viene dopo.
E poi c’è la rete. Non si può pensare che spazi di esposizione e contatto come questi respirino da soli. Quest’anno, nella giornata di sabato, grazie alla collaborazione con Splendido [ una super collaborazione, grazie a voi! n.d.r.], abbiamo avuto un luogo e un tempo (forse uno spazio, nel senso più pieno) da dedicare a diciassette realtà del mondo dell’illustrazione e del fumetto indipendente, in una forma di mostra-mercato di cui andiamo molto fiere. E queste diciassette realtà non le consideriamo un traguardo, ma il numero da cui vogliamo partire.

Chiudiamo con un’immagine evocativa. Se nel bel mezzo di Nuvolette dovesse improvvisamente comparire, squarciando lo spazio e il tempo, l’orizzonte più strabiliante che tu abbia mai visto, una visione che rappresenti Nuvolette nella sua forma perfetta, come lo descriveresti?
Sono una persona pragmatica, quindi anche quando sogno parto da qualcosa di concreto. L’orizzonte che vedo è una città in cui Nuvolette non è un appuntamento di quattro giorni, ma una presenza che si costruisce nel tempo, ad esempio in un anno intero di dialogo con realtà diverse, ognuna con il suo linguaggio e il suo pubblico.
Penso al supermercato che ci affida una campagna. Le strade che diventano gallerie, con poster grandi, impossibili da ignorare, che fanno comunicazione ma mostrano anche ricerca e visione. O agli spazi più strutturati, quelli che di solito lavorano per conto proprio, che ci chiamano per costruire qualcosa insieme.
Una galleria diffusa, nel senso più letterale: ovunque, per tutti, senza che ci sia bisogno di cercarla. Nuvolette come cassa di risonanza permanente per un linguaggio che merita più spazio di quello che gli viene dato.
Questo è il sogno. Poi si torna a fare i conti con la realtà, ma sapere dove si vuole arrivare aiuta a non perdere la direzione.
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