“Mi è capitato pochissime volte di non pubblicare qualcosa e più per mancanza di spazio che per disaccordo sui contenuti.”
Simone Macciocchi
29/04/2026
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Un ecosistema di laboratori e officine d’inchiostro, telai serigrafici, fanzine, ciclostili, fotocopie, risograph, pigmenti, matrici, stampa offset: Simone Macciocchi con i progetti editoriali suppergiù e sieropositivo smuove un sottosuolo di realtà indipendenti, autoproduzioni, autori fuori dai binari dell’ordinario, una nube pulviscolare che porta semi di ruvida provocazione e ironiche e lussureggianti visioni.
Fresco di stampa, il numero 9 di sieropositivo è un viaggio psichedelico disturbante, il tema è “Virus”, è già in circolazione e altamente contagioso.

Ciao Simone, partiamo proprio da sieropositivo 9, la prima cosa che salta agli occhi, come per gli altri numeri, è la quantità e la qualità degli interventi. La varietà delle tecniche di stampa è uno dei caratteri distintivi di sieropositivo, questo numero non fa eccezione e la dice lunga sulla tua formazione, credo che in Italia sia l’unica rivista così folle. Ci vuole una notevole forza di spirito e fisica per affrontare un lavoro così impegnativo, dove trovi le energie?
Soffro di insonnia cronica, quindi banalmente ho qualche ora in più rispetto ad altri: sono ore rubate al sonno che diventano tempo di lavoro, di disegno, di scrittura. Non è romantico, ma è efficace. Poi c’è tutto il resto: insegno grafica e lavoro in una stamperia d’arte, e questo mi mette quotidianamente a contatto con macchine, materiali e soprattutto persone. SIEROPOSITIVO nasce anche da lì, da una rete concreta di collaborazioni, scambi, possibilità tecniche. L’energia, più che trovarla, credo si costruisca così: mettendosi in una condizione in cui le cose possono accadere. E poi, a un certo punto, diventa quasi un’ossessione e allora vai avanti.
Gli autori sono tanti, puoi farci un excursus anticipando qualche contenuto?
Sì, è un numero molto corale, come sempre. Ci sono i “fedelissimi” — Sergio (mr. Holyshit), Marco (Eternitt) e Ruben Curto dei Crani Sciolti — con cui la rivista è nata e continua a evolversi. Accanto a loro tornano nomi che ormai fanno parte dell’identità di SIEROPOSITIVO da qualche anno, come Anna Dietzel, Chiara (The Doll Maker Chemi) e Marco (ByUnknown), che ogni volta riescono a spostare un po’ più in là il loro linguaggio e a sorprendermi.
Sono particolarmente contento di ospitare per la prima volta Denigro, uno street artist che seguo da tempo e che sentivo molto vicino allo spirito di questo numero. Tornano anche Evimedol — dopo l’intervento sulla cover del numero 6 — insieme a Nicola Stradiotto e Luigi Prisco, che avevano già “infettato” il numero 8. E poi ci sono diversi nuovi ingressi, artisti giovani e radicali, sperimentali, anche scomodi, perfettamente in linea con il tono di VIRUS. È un mix che funziona perché non cerca equilibrio, ma tensione. In questo, SIEROPOSITIVO 9 resta uno dei numeri più coerenti dall’inizio del progetto.
Ultima su sieropositivo 9: in fase post-covid inoltrata, quando le epidemie hanno lasciato il posto sulle prime pagine dei quotidiani alle notizie apocalittiche di destabilizzazioni geopolitiche, perché parlare di virus?
In realtà il riferimento al covid non è mai stato centrale. Il tema del virus è inscritto nel progetto fin dall’inizio, già nel titolo SIEROPOSITIVO, che giocava sia sull’HIV+ sia sul doppio senso “sì, ero positivo”.
Mi interessa il virus come idea di contaminazione, non tanto come trauma sanitario: contaminazione di stili, di linguaggi, di tecniche, di supporti. Per me il virus è qualcosa che mette in crisi un sistema, ma proprio per questo lo costringe a trasformarsi. In questo senso è un’immagine forte e fertile. Questo numero nasce da lì: dall’idea di un’infezione che innesca una mutazione, che obbliga a uscire dalla comfort zone, a sporcare il proprio linguaggio, a lasciarsi attraversare da altro. SIEROPOSITIVO 9 è un’infezione produttiva.

Adesso farei un salto indietro, torniamo alle origini, puoi raccontarmi brevemente chi sei e come ti sei avvicinato al mondo della fanzine?
Ho un percorso un po’ erratico, che va dallo studio della storia dell’arte all’Accademia di Belle Arti, fino al lavoro nella grafica e poi all’insegnamento. Quando ero ragazzetto, facevo fanzine senza sapere che si chiamassero così: era un modo per comunicare all’interno di gruppi, e per sfogare la mia creatività. In seguito, le fanzine per me sono diventate un modo naturale per mescolare tutte le mie esperienze – arte, stampa, ironia e un certo gusto per lo sperimentale – nonché per divertirmi. Le considero spazi di libertà ed espressione assoluta.
suppergiù e sieropositivo sono due progetti “mostruosi”, strabordanti e senza freni. Mi puoi spiegare come nascono e qual è l’idea alla base?
suppergiù nasce nel 2019 come progetto personale, quasi un laboratorio di stampa e creatività in forma di rivista. Ogni numero cambia pelle: tema, formato, tecnica e collaborazioni si reinventano, anche se alla base c’è sempre un argomento un po’ “banale”, imprevedibile e trattato in modo ironico e scanzonato. Nasce come progetto intimo, anche se presto ho iniziato a collaborare con amici o con persone che si proponevano per un determinato numero.
Il primo anno suppergiù usciva una volta al mese e lo davo gratis a chiunque lo chiedesse: mi piaceva l’idea di offrire qualcosa per puro spirito di condivisione, rompendo la logica capitalista che sta alla base di qualsiasi scambio nella nostra società. Dopo il numero 15, però, ho dovuto rivedere questo punto, perché i costi erano diventati insostenibili; ora chiedo un piccolo contributo, destinato solo a coprire le spese di stampa. Anche la periodicità è diventata irregolare.
sieropositivo, invece, nasce nel 2022 insieme al collettivo di illustratori CRANI SCIOLTI, con cui avevo collaborato per la diciottesima uscita di suppergiù. È la sorella minore e più oscura, dedicata soprattutto all’illustrazione, al fumetto sperimentale e all’“intrattenimento negativo”, con uno spirito provocatorio e corrosivo. Il formato resta sempre lo stesso, anche se le tecniche di stampa cambiano e sono molteplici. A differenza di suppergiù, raccoglie un gran numero di contributi, e i suoi estimatori sono cresciuti moltissimo. Sto cercando di mantenere una pubblicazione regolare: due volte all’anno, in primavera e in autunno. Coinvolgendo diverse tecniche di stampa e occupandomi personalmente della produzione, la tiratura rimane bassa (150 copie al massimo) e non ristampo mai.

sieropositivo accoglie numerosi autori e autrici, un ambiente ampio ma non infinito, esiste un criterio di selezione dei contenuti e degli autori?
Non c’è una vera e propria “linea editoriale” rigida, se non l’idea di mantenere un equilibrio tra ironia, forza visiva e capacità di spiazzare.L’importante è che i contenuti non siano banali, che portino un’energia sincera e magari anche disturbante, e che siano in linea con il tema e le specifiche proposte. Le persone che vogliono partecipare sono generalmente attirate per osmosi dai suoi contenuti sperimentali, quindi è raro che si proponga qualcuno fuori dal mood della fanzine. Sono molto grato a tutti gli artisti e artiste che partecipano: dalla studentessa che non ha mai pubblicato, al professionista che vuole “sbarellare” rispetto al lavoro consueto, fino all’autodidatta. Mi piace pensare a sieropositivo come a una piattaforma che accoglie immagini e testi lontani dall’estetica comune.
Tu sei l’albero centrale di queste due pubblicazioni tutto parte e ruota attorno a te ma, durante la progettazione o la lavorazione, i vari autori si incrociano, si incontrano?
Di solito il punto di contatto sono io, ma in certi casi si creano anche interazioni tra loro, soprattutto quando ci sono collaborazioni più collettive o eventi dal vivo. Per il numero 5 ho spinto molto sui lavori a più mani, perché amo la contaminazione e l’imprevedibilità. Alcuni artisti hanno fatto propria questa modalità e propongono spesso opere realizzate in duo o trio. Nel numero 6, invece, metà degli artisti era stata seguita da me e l’altra metà da Ruben del collettivo CRANI SCIOLTI: ne è uscita una storia corale, in cui nessuno aveva una visione completa. Il punto d’arrivo resto comunque sempre io: raccolgo, armonizzo e stampo.
Mi piace comunque pensare a sieropositivo come a una “cooperativa grafica”; non amo il termine “editore”, che nel mio caso è completamente errato. Partecipo anche io alla fanzine in qualità di autore, oltre che grafico e stampatore, e ogni collaboratore / collaboratrice è importante. Alla fine, si tratta della nostra rivista.

Come vengono distribuite le due riviste?
Principalmente tramite fiere di editoria indipendente e vendite dirette. Mi piace il rapporto diretto con il pubblico: il contesto della fiera è quello che più si addice allo spirito della fanzine. sieropositivo si può acquistare anche tramite e-commerce, mentre per suppergiù bisogna scrivermi direttamente. Gli artisti che collaborano ricevono sempre una o più copie (a seconda del numero dei partecipanti) e sono liberi di venderle o regalarle.
Chi è il pubblico di suppergiù e sieropositivo?
È molto eterogeneo: studenti, curiosi, artisti, collezionisti… Direi persone attratte da progetti che non hanno paura di essere instabili, irriverenti o imperfetti. Ma che sono molto curati a livello grafico e di stampa.
Come vengono finanziati i progetti?
Autofinanziamento puro, da parte mia. Così posso portare avanti la fanzine senza scendere a compromessi. Non ci sono sponsor o bandi: solo passione, stampa, e il sostegno delle vendite, che mi aiuta ad ammortizzare le spese. Non c’è guadagno.
Ti rivolgi a qualche laboratorio in particolare o cambi da numero a numero?
Dipende dal numero. Uso serigrafia, risograph, offset, digitale e linoleografia… spesso stampo io stesso. Mi piace che ogni uscita sia anche un esperimento tecnico. Sono fortunato ad avere incontrato professionisti indipendenti molto bravi che, all’occorrenza, mi sanno supportare.
Oltre alle due pubblicazioni, suppergiù e sieropositivo si esprimono in altre forme?
Sì, oltre ai momenti di condivisione legati alle fiere di editoria indipendente – quindi talk, presentazioni e incontri – mi capita anche di portare l’esperienza di suppergiù e in generale delle fanzine in contesti laboratoriali. Lavorando come stampatore d’arte, ogni tanto organizzo workshop di stampa e autoproduzione, dove condivido in maniera pratica quello che ho imparato in questi anni di esplorazione della stampa underground. A Brera, ad esempio, collaboro da due anni con la docente del laboratorio di Serigrafia, costruendo un workshop facoltativo sulle fanzine, dedicato al recupero creativo di ciò che è stato scartato o abbandonato.
Hai contatti con realtà simili qui o all’estero?
Molti: soprattutto durante le fiere nascono scambi, collaborazioni e amicizie con altre realtà indipendenti, sia italiane che internazionali. È un circuito vitale, molto aperto, dove di solito non c’è competizione ma contaminazione. Anche i social aiutano parecchio in questo senso, creando connessioni con realtà anche lontane geograficamente.
Il mondo delle autoproduzioni e delle fanzine è dinamico e non conosce sosta, hai un messaggio per chi vi si approccia per la prima volta?
Più che un messaggio, forse un invito: non abbiate paura dell’errore, dell’imperfezione, del fuori registro. Sono spesso proprio quelli a rendere una pubblicazione viva.
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